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giovedì 23 luglio 2020

Amnesty International Italia: #Iolochiedo

Amnesty International Italia ha promosso nei giorni scorsi la campagna #Iolochiedo affinché la legislazione italiana si conformi alle norme internazionali, in particolare alla convenzione di Istanbul del 2011, e modifichi l’articolo 609-bis del codice penale nel senso di qualificare come reato qualsiasi atto sessuale senza consenso.
Il diritto internazionale, peraltro, impone agli Stati di attuare misure per proteggere le donne dalla violenza di genere, non solo con la tutela delle stesse, ma anche attraverso la condivisione di buone pratiche volte a trasformare leggi, politiche e atteggiamenti alla base dei crimini di violenza sessuale.
In questa ottica internazionale, inoltre, lo stupro e gli altri reati sessuali rappresentano anche una vera e propria violazione dei diritti umani e come tali dovrebbero essere trattati anche dalla legislazione interna.
A tal proposito Tina Marinari, coordinatrice delle campagne di Amnesty International Italia ha precisato: “L’Italia ha sottoscritto la Convenzione di Istanbul nel settembre del 2012, il Parlamento l’ha ratificata nel 2013 ma nonostante ciò la legislazione non è ancora stata modificata secondo le direttive del documento. A nostro avviso è importante completare questo passaggio perché il trattato di Istanbul rappresenta il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne”.
La campagna #Iolochiedo si occupa anche della consapevolezza nelle giovani generazioni sul tema dello stupro, degli stereotipi di genere da combattere e di approfondire il concetto del consenso.


"Per contrastare le violenze sessuali è necessario, infatti, anzitutto cambiare gli atteggiamenti sociali basati sulla discriminazione di genere e sulle relazioni di potere di genere e contrastare la cosiddetta cultura dello stupro, intesa come normalizzazione della violenza sessuale. Per questo, chiediamo che oltre alla modifica della norma del codice penale che regola la violenza sessuale siano messe in atto misure per promuovere una cultura del consenso come sinonimo di condivisione e rispetto" si legge sul sito di Amnesty International Italia.


L'Istat, solo nel 2019, ci ha ricordato che in Italia persiste ancora il pregiudizio che "addebita" alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita per il modo di vestire (23,9% degli intervistati) o se sotto effetto di alcool e droghe (15,1%). 


"Smantellare" il pregiudizio è il primo passo per una necessaria crescita culturale e per debellare il fenomeno alla radice; adeguare le norme è il mezzo per punire le condotte con strumenti legislativi più moderni ed efficaci.

sabato 20 giugno 2020

La Giornata Mondiale del Rifugiato


La Giornata Internazionale del Rifugiato è stata istituita dall’ONU il 4 dicembre del 2000 per celebrare il 50° anniversario della Convenzione del 1951 sullo status dei rifugiati e da allora in oltre 100 Paesi si tengono manifestazioni e iniziative per promuovere e ricordare le difficoltà e i diritti dei rifugiati.


A mente della Convenzione, il rifugiato è colui «che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra (Articolo 1A)».

In altre parole: rifugiato è chi scappa dalla guerra, dalla sua patria, dai suoi affetti familiari, lasciandosi indietro le sue radici e la sua storia.


L’Italia ha ratificato la Convenzione di Ginevra sullo Status dei Rifugiati sin dal 1954.


La Giornata, che si celebra ogni 20 giugno dal 2001, ha lo scopo di rendere più consapevole la pubblica opinione, i governi e le istituzioni.


Oggi, a causa della pandemia da Coronavirus e del conseguente lockdown, è ancora più importante questa campagna di sensibilizzazione. Infatti, in molti Paesi i rifugiati sono rimasti isolati, privi di risorse economiche e spesso senza accesso a ogni tipo di assistenza.

Sebbene i Paesi Occidentali siano i più spaventati e i più preoccupati dalla cd. Invasione dei rifugiati anche a causa della martellante propaganda sovranista, nella realtà dei fatti più dell’80% dei rifugiati è ospitato da Paesi in via di sviluppo.


Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2019 si contano almeno 70 milioni di persone costrette a fuggire e a lasciare le proprie abitazioni.

Tra questi ci sono quasi 26 milioni di rifugiati, oltre la metà dei quali ha meno di 18 anni.

Nel 2020 ci sono più di 10 milioni gli apolidi che non riescono a godere di diritti fondamentali come l’istruzione, l’assistenza sanitaria, l’occupazione e la libera circolazione.

La situazione è drammaticamente precipitata dal 2011, con la guerra in Siria che ha causato una delle peggiori crisi umanitarie della storia: più di 11 milioni di sfollati, l’equivalente del 45% dell’intera popolazione siriana.


Per quanto riguarda i minori si osserva che solo in relazione al 2018 sono stati segnalati globalmente più di 110.000 bambini rifugiati non accompagnati e separati dai genitori e familiari.


venerdì 24 aprile 2020

Il 25 aprile, De Gasperi e il diritto internazionale

Anche quest’anno la ricorrenza del 25 Aprile porta con sé il consueto e stucchevole strascico polemico.
La giornata, come noto anche ai più recalcitranti, celebra la resistenza militare e politica attuata dalle forze armate alleate, dall'Esercito Cobelligerante Italiano e dalle forze partigiane durante il secondo conflitto mondiale, dalla data dell’8 settembre 1943, nei confronti del governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista.

Vorrei affrontare, però, la questione da un’ottica diversa, anche per offrire una chiave di lettura più “giuridica” della questione.
Cominciamo con il dire che l’anniversario della liberazione dell’Italia è stato proclamato festa nazionale della Repubblica con decreto legislativo luogotenenziale del 22 aprile 1946 su proposta dell’allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Successivamente la Legge 27 maggio 1949, n°260, recante “Disposizioni in materia di ricorrenze festive”, inseriva definitivamente nel calendario istituzionale il 25 Aprile come festività civile.

Nel lasso di tempo che intercorre tra il 25 aprile 1945 e la citata legge n°260/1949, l’Italia post-fascista è impegnata nelle dure trattative che porteranno alla firma del Trattato di pace fra l’Italia e le Potenze Alleate ed Associate, sottoscritto a Parigi il 10 febbraio 1947, Trattato internazionale che mise formalmente fine alle ostilità tra l’Italia e le potenze alleate della seconda guerra mondiale.
Il 10 agosto 1946, il Presidente del Consiglio dei Ministri, Alcide De Gasperi, pronunciò un memorabile discorso il cui incipit trascrivo per intero:
“Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione. Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali? Signori, è vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire. Ebbene, permettete che vi dica con la franchezza che un alto senso di responsabilità impone in quest’ora storica a ciascuno di noi, questo trattato è, nei confronti dell’Italia, estremamente duro; ma se esso tuttavia fosse almeno uno strumento ricostruttivo di cooperazione internazionale, il sacrificio nostro avrebbe un compenso: l’Italia che entrasse, sia pure vestita del saio del penitente, nell’ONU, sotto il patrocinio dei Quattro, tutti d’accordo nel proposito di bandire nelle relazioni internazionali l’uso della forza (come proclama l’art. 2 dello Statuto di San Francisco) in base al «principio della sovrana uguaglianza di tutti i Membri», come è detto allo stesso articolo, tutti impegnati a garantirsi vicendevolmente «l’integrità territoriale e l’indipendenza politica», tutto ciò potrebbe essere uno spettacolo non senza speranza e conforto. L’Italia avrebbe subito delle sanzioni per il suo passato fascista, ma, messa una pietra tombale sul passato, tutti si ritroverebbero eguali nello spirito della nuova collaborazione internazionale.”.

De Gasperi sa che l’Italia è un Paese sconfitto dagli alleati ma rivendica anche la posizione di Paese che in gran parte si è liberato da solo, in due duri anni di lotte partigiane: una guerra nella seconda guerra mondiale, costellata da ferite dilanianti che resteranno nel tempo.
De Gasperi è consapevole che il futuro della situazione istituzionale italiana, interna e internazionale, dipende anche e soprattutto dal risultato di questa conferenza di pace e si gioca tutte le sue carte per far sì che l’Italia post-bellica e post-fascista possa avere un ruolo nei futuri assetti mondiali.
E il ruolo e il valore della resistenza partigiana trova pieno riscontro nel Trattato di pace e viene consacrato, anche a livello di diritto internazionale.
Trascrivo il preambolo e alcuni articoli, a mio parere significativi proprio per capire e apprezzare fino in fondo il valore della celebrazione del 25 Aprile.


“Preambolo
L’Unione delle Repubbliche Sovietiche Socialiste, il Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, gli Stati Uniti d’America, la Cina, la Francia, l’Australia, il Belgio, la Repubblica Sovietica Socialista di Bielorussia, il Brasile, il Canadà, la Cecoslovacchia, l’Etiopia, la Grecia, l’India, i Paesi Bassi, la Nuova Zelanda, la Polonia, la Repubblica Sovietica Socialista d’Ucraina, l’Unione del Sud Africa, la Repubblica Federale Popolare di Jugoslavia, in appresso designate "Le Potenze Alleate ed Associate" da una parte
e l’Italia dall’altra parte
Premesso che l’Italia sotto il regime fascista ha partecipato al Patto tripartito con la Germania ed il Giappone, ha intrapreso una guerra di aggressione ed ha in tal modo provocato uno stato di guerra con tutte le Potenze Alleate ed Associate e con altre fra le Nazioni Unite e che ad essa spetta la sua parte di responsabilità della guerra; e
Premesso che a seguito delle vittorie delle Forze alleate e con l’aiuto degli elementi democratici del popolo italiano, il regime fascista venne rovesciato il 25 luglio 1943 e l’Italia, essendosi arresa senza condizioni, firmò i patti d’armistizio del 3 e del 29 settembre del medesimo anno; e
Premesso che dopo l’armistizio suddetto Forze Armate italiane, sia quelle governative che quelle appartenenti al Movimento della Resistenza, presero parte attiva alla guerra contro la Germania, l’Italia dichiarò guerra alla Germania alla data del 13 ottobre 1943 e così divenne cobelligerante nella guerra contro la Germania stessa; e
Premesso che le Potenze Alleate ed Associate e l’Italia desiderano concludere un trattato di pace che, conformandosi ai principi di giustizia, regoli le questioni che ancora sono pendenti a seguito degli avvenimenti di cui nelle premesse che precedono, e che costituisca la base di amichevoli relazioni fra di esse, permettendo così alle Potenze Alleate ed Associate di appoggiare le domande che l’Italia presenterà per entrare a far parte delle Nazioni Unite ed anche per aderire a qualsiasi convenzione stipulata sotto gli auspici delle predette Nazioni Unite;
hanno pertanto convenuto di dichiarare la cessazione dello stato di guerra e di concludere a tal fine il presente Trattato di Pace ed hanno di conseguenza nominato i plenipotenziari sottoscritti, i quali dopo aver presentato i loro pieni poteri, che vennero trovati in buona e debita forma, hanno concordato le condizioni seguenti:
omissis
…Art. 15.
L’Italia prenderà tutte le misure necessarie per assicurare a tutte le persone soggette alla sua giurisdizione, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione, di godimento dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ivi compresa la libertà d’espressione, di stampa e di diffusione, di culto, di opinione politica e di pubblica riunione.
…Art. 17.
L’Italia, la quale, in conformità dell’articolo 30 della Convenzione di Armistizio, ha preso misure per sciogliere le organizzazioni fasciste in Italia, non permetterà, in territorio italiano, la rinascita di simili organizzazioni, siano esse politiche, militari o militarizzate, che abbiano per oggetto di privare il popolo dei suoi diritti democratici.
… omissis”.
Buon 25 Aprile a tutti!

lunedì 9 marzo 2020

Coronavirus: contenimento e condivisione

Coronavirus



Di fronte all’emergenza costituita dall’epidemia del nuovo Coronavirus, che ha ormai contagiato più di 100.000 persone in oltre 70 paesi del mondo, il sistema internazionale di risposta alle emergenze sanitarie adottato a seguito della precedente epidemia di SARS del 2003 sta mostrando numerosi limiti.

A seguito della passata epidemia si ebbe l’adozione del Regolamento Sanitario Internazionale (IHR), uno strumento del diritto internazionale che impone ai 196 Stati membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di collaborare seguendo un preciso protocollo per la protezione della salute pubblica globale.
Il Regolamento consta sostanzialmente di due parti: la prima, incentrata sulla prevenzione e la seconda, che si concentra sulla gestione delle emergenze sanitarie e si declina essenzialmente come principio di contenimento.
Ne deriva che ogni Paese deve mettere in campo azioni mirate ad individuare, isolare e trattare ogni caso, tracciare i contatti fra le persone potenzialmente infette e promuovere ogni misura di quarantena e contenimento proporzionate alla gravità dell’emergenza. Questo è quanto stiamo vivendo in questi giorni.
Da un lato, quindi, vi è la necessità di chiudere, di isolare e di contenere. Ed è giusto! Ma oggi, nel 2020, non è sufficiente. Occorre un balzo in avanti.
Infatti, accanto a questa evidente esigenza di contenimento vi è anche il bisogno di condividere dati ed informazioni, il risultato del lavoro di scienziati, medici e ricercatori, le analisi e lo sviluppo di vaccini e nuove medicine, la formazione specifica degli operatori sanitari per fronteggiare le eventuali emergenze.
Tutto ciò implica l’accesso e la diffusione della letteratura scientifica rilevante, affinché sia fruibile dai ricercatori ma anche dalle autorità e dai decisori politici, dai mezzi di informazione e, last but not least, da tutti i cittadini.
È palese, infatti, che una cittadinanza correttamente informata e, soprattutto, meglio equipaggiata sul versante culturale e scientifico potrà meglio giudicare e stimare l’entità del pericolo senza, tuttavia, lasciarsi avvilire dall’angoscia e dall’ansia
Inoltre, “cittadini-pazienti preparati saranno necessariamente più collaborativi con le autorità sanitarie e saranno, per esempio, più disposti a seguire misure di quarantena e altre disposizioni di ordine pubblico, si rivolgeranno in modo più tempestivo ai medici in caso di sintomi e, se necessario, accetteranno di buon grado i trattamenti clinici necessari e gli eventuali vaccini” sostengono Andrea Boggio, professore in “Legal Studies” alla Bryant University (USA), e Federico Binda, matematico, ricercatore all’Università degli Studi di Milano.
Nell’attuale situazione di epidemia da coronavirus bisogna evidenziare che, dopo iniziali resistenze e pressioni internazionali, e solamente dopo settimane dall’inizio del contagio, i grandi editori commerciali hanno consentito la libera diffusione degli studi fatti dagli scienziati di tutto il mondo sul COVID-19. Si è così avuto un traffico di dati liberi senza precedenti storici al punto che la rivista “Science” l’ha definita “Una rivoluzione nel modo di comunicare” degli scienziati.
Occorre che la “rivoluzione” lasci frutti più duraturi e serve, quindi, uno strumento di diritto internazionale che possa trovare applicazione rapida ed efficace. In mancanza, il sistema di risposta globale alle emergenze sanitarie (e non solo) non potrà funzionare adeguatamente.


“Il diritto internazionale ci offre in questo uno strumento prezioso, che proviene dal Patto sui diritti economici sociali e culturali, a partire dal “diritto alla salute”, incluso nell’articolo 14, e il “diritto alla scienza”, incluso nell’articolo 15, che stabilisce sia il diritto per gli scienziati alle libertà indispensabile per la ricerca, come quello di condividere le scoperte, sia il diritto di ogni essere umano a godere dei risultati del progresso scientifico e delle sue applicazioni.
Il rispetto e l’applicazione di questi diritti da parte degli Stati garantirebbero (e vincolerebbero) investimenti adeguati in ricerca e sviluppo, un ampio supporto alle politiche di Open Science a partire dall’accesso aperto alle pubblicazioni scientifiche, adeguata formazione degli operatori sanitari, costruzione e manutenzione di strutture mediche ed ospedaliere oltre che, naturalmente, ad una ampia diffusione della cultura scientifica nelle varie fasce della popolazione” precisano Andrea Boggio e Federico Binda, membro di Giunta dell’Associazione Luca Coscioni.

lunedì 2 marzo 2020

Acqua, Rotary e ONU

 



Il calendario rotariano riserva il tema del mese di Marzo all'Acqua ed alle strutture igienico-sanitarie. È questa una delle 6 aree di intervento del Rotary, insieme alla Pace e prevenzione dei conflitti, alla Prevenzione e cura delle malattie, alla Salute materna e infantile, allo Sviluppo economico e comunitario e all’Alfabetizzazione.

Avere a disposizione l'acqua potabile è questione di importanza vitale per l’essere umano, importanza intesa non solo come elemento di sopravvivenza, ma anche come elemento capace di consentire all’uomo una vita più dignitosa. 
Anche per questo, il 28 luglio 2010 l’Assemblea dell’ONU ha approvato la Risoluzione 64/292 riconoscendo “il diritto umano all’acqua potabile pulita e sicura, e ai servizi igienici, essenziali per il pieno godimento della vita e dei diritti umani”. Il documento, approvato con 122 voti favorevoli (Italia compresa) e 41 contrari, invita le nazioni e le organizzazioni internazionali a stanziare risorse finanziarie, mettere in campo tecnologie e competenze, fornire assistenza e collaborazione, soprattutto ai paesi in via di sviluppo, per raggiungere l’obiettivo. Un obiettivo poi ribadito nel 2015, quando l’ONU ha elaborato i 17 Sustainable Development Goals dell’Agenda 2030. 
Il sesto di questi obiettivi conferma appunto che entro i prossimi dieci anni bisogna “Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie”.
Il Rotary International, nel realizzare i suoi progetti di servizio, ha da sempre accolto il tema dell’acqua tra i suoi obiettivi più importanti, annoverandola tra i bisogni primari, unitamente ai servizi ad essa collegati (i servizi igienico-sanitari), intimamente legati alla dignità umana. Tuttavia, se è vero che i Governi dei Paesi sviluppati da anni dimostrano attenzione al problema, gli sforzi sono ben lontani dal raggiungimento degli obiettivi: oltre 2,6 miliardi di persone nel mondo non dispongono di sufficiente acqua potabile e non hanno accesso ai collegati servizi igienico-sanitari; di più, quasi un miliardo di persone beve ancora acqua non pura.


Le conseguenze non sono di poco conto: il traguardo della riduzione della povertà, la crescita e lo sviluppo dei Paesi poveri sono strettamente legati e dipendenti dalla disponibilità di acqua potabile e dalla qualità dell'approvvigionamento idrico. Per garantire questi diritti negati bisogna intervenire su tre fronti: fornire acqua di qualità, renderla accessibile e economicamente sostenibile. Sono impegni colossali, praticamente impossibili da conseguire senza un impegno deciso di tutta la Comunità Internazionale, specialmente di quella più sviluppata.
D’altronde uno dei presupposti essenziali per lo sviluppo delle comunità è proprio l’accesso a risorse idriche potabili, pulite e sicure. Mentre l’accesso all’acqua e alle strutture igienico-sanitarie viene spesso dato per scontato nei paesi sviluppati, questo fondamentale diritto viene negato ogni giorno in tante parti del mondo.
L’obiettivo per lo sviluppo sostenibile (SDG) n° 6, come formulato dal Gruppo Aperto di Lavoro delle Nazioni Unite, prevede per i prossimi vent’anni, una missione ambiziosa ma realizzabile: “garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie”. Il raggiungimento di questo obiettivo viene proposto attraverso l’applicazione di quattro principi: 1) separare l’acqua potabile dalle acque reflue; 2) raggiungere e trattare l’acqua potabile al fine di rimuovere i contaminanti chimici e biologici; 3) proteggere e ripristinare gli ecosistemi di acqua dolce; 4) garantire l’accesso e il diritto all’acqua potabile.
L’acqua sostiene la vita, ma l’acqua pulita e potabile definisce la civiltà. Il raggiungimento assicura un notevole miglioramento della qualità della vita e della longevità in alcuni dei paesi più poveri del mondo. Se si ammette che l’accesso all’acqua pulita e potabile è un diritto umano fondamentale, è responsabilità di tutti noi fornire l’istruzione necessaria, le infrastrutture e il sostegno al fine di garantire il successo nel raggiungimento dell’SDG n°6.
Il Rotary International c’è!



Per saperne di più: https://www.onuitalia.it/sdg/acqua-pulita-e-igiene/ e https://www.rotary.org/it/global-thirst-water

domenica 16 febbraio 2020

Il Diritto umano alla scienza


Il 2 gennaio 2020 il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali ha reso pubblica la prima bozza del "Commento Generale sulla Scienza" elaborata dopo tre anni di lavoro, un testo che si occupa delle implicazioni della scienza nel contesto dei diritti umani.

Proprio in questi giorni, a seguito di ulteriori elaborazioni del testo base, l’ONU è vicina al risultato storico di approvare il testo definitivo del “Commento generale” grazie al quale tutti gli Stati membri saranno obbligati a rendere conto del rispetto della libertà di ricerca e del diritto a godere dei benefici della scienza.


Le raccomandazioni dell’Associazione Luca Coscioni e di Science for Democracy, che sin dall' inizio hanno seguito i lavori e apportato il loro contributo, intendono suggerire un’ulteriore elaborazione di alcuni temi, come per esempio:
il bisogno di enfatizzare una ricerca libera indipendentemente dal tema investigato;
il bisogno di garantire la libertà per i ricercatori di comunicare il proprio lavoro;
il bisogno di bilanciare il principio di "precauzione" con il principio di “innovazione”;
il bisogno di includere il pubblico nelle decisioni adottate sulla base di evidenze;
il bisogno di evitare qualunque riferimento alla “moralità”;
il bisogno di prendere in ulteriore considerazione gli sviluppi nell’ambito della ricerca sulle sostanze controllate per fini medici.
Quali sono le premesse teoriche e giuridiche e perché questo tema è così importante?
Innanzitutto, come impostazione teorica di riferimento, occorre affermare che la scienza è un pilastro importante di qualsiasi società aperta e democratica basata sullo stato di diritto.
Poi, giova aggiungere che la ricerca scientifica -e l’accesso ai benefici che ne derivano- alimenta lo sviluppo e il benessere delle persone.
Sul versante giuridico, il diritto umano alla scienza è sancito dall’articolo 27 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948; dall’articolo 15 del Patto internazionale del 1966 sui diritti economici, sociali e culturali; dall’articolo 13 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e da altre convenzioni internazionali.

Più in particolare, va ricordato l’articolo 15 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali che obbliga gli Stati contraenti a riconoscere, tra le altre cose, il diritto di tutti a godere dei benefici del progresso scientifico e delle sue applicazioni e di beneficiare della protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria o artistica di cui sia l’autore.
In virtù di tali norme internazionali, gli Stati Parti del Patto devono adottare azioni concrete per conseguire la piena realizzazione di tali diritti tra cui quelle necessarie per la conservazione, lo sviluppo e la diffusione della scienza e della cultura e per rispettare la libertà indispensabile per la ricerca scientifica e le attività creative.
Il Patto esorta chiaramente gli Stati a riconoscere i benefici che derivano dall’incoraggiamento e dallo sviluppo di contatti e cooperazione internazionale nel campo scientifico e culturale.

Date queste premesse teoriche e giuridiche, è indubbio che, se protetto e promosso, il diritto alla scienza possa favorire il pieno godimento di altri diritti umani, tra cui il diritto alla salute, il diritto alla vita, alla libertà di espressione, a quella di credo, oltre che del diritto a condizioni adeguate di vita e il diritto alla proprietà.

Altro punto fondamentale su cui insistere è quello relativo all’educazione scientifica: un elemento importante nella formazione di cittadini più responsabili che possano partecipare alla costruzione di società democratiche libere, eque e aperte.
La scienza e il metodo scientifico possono essere, inoltre, un positivo esempio di collaborazione internazionale basata su "fatti" e non su opinioni per affrontare tutte le sfide di portata globale cui siamo chiamati a prendere posizione.

Per approfondire si segnala: https://www.associazionelucacoscioni.it/ e https://www.sciencefordemocracy.org/ 

mercoledì 12 febbraio 2020

Rotary, Inner Wheel e mutilazioni femminili




“Le Mutilazioni Genitali Femminili sono una forma di violenza che calpesta i diritti di bambine e giovani donne, mettendo a rischio la loro salute fisica e psicologica e che deve vedere tutti quanti noi impegnati in una battaglia che non riguarda solo le donne ma ha a che fare con lo sviluppo dell’intero genere umano. Almeno 200 milioni di ragazze e donne vivono oggi nel mondo con le cicatrici di qualche forma di mutilazione genitale subita nel corso della propria vita. Le mutilazioni genitali vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni di età... La pratica può causare complicanze a breve, medio e lungo termine, tra cui dolore cronico, infezioni, aumento del rischio di trasmissione dell’HIV, ansia e depressione, complicazioni al momento del parto, infertilità e, nei casi peggiori, la morte”.

Lo ha dichiarato la Sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa, intervenuta alla Conferenza nazionale: “Salute globale per la tutela delle donne: è possibile eradicare le Mutilazioni Genitali Femminili?” che si è svolta presso il Ministero della Salute in occasione della Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili che si celebra il 6 febbraio di ogni anno in virtù di una risoluzione dell’Onu del 2012. 
L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) distingue le mutilazioni sessuali femminili in quattro tipi differenti (a seconda della gravità per il soggetto):
1. Circoncisione o infibulazione "as sunnah": si limita alla scrittura della punta del clitoride con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche;
2. Escissione "al uasat": asportazione del clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra;
3. Infibulazione o circoncisione faraonica o sudanese: asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell'urina e del sangue mestruale;
4. Interventi di varia natura sui genitali femminili.
Mentre la prima è puramente simbolica e non comporta conseguenze, soprattutto la terza, l'infibulazione faraonica, danneggia in maniera grave la salute generale e la vita sessuale delle donne.
Anche l'Italia è intervenuta con norme specifiche per contrastare e reprimere il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili.
Più precisamente, il 18 Gennaio 2006 la Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana ha pubblicato la Legge 09/01/2006 n. 7, recante "Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile", diffuse ormai da lungo tempo anche e soprattutto in Italia.
In attuazione degli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione della Repubblica Italiana e di quanto sancito dalla Dichiarazione e dal Programma di azione adottati a Pechino il 15 Settembre 1995 nella Quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle Donne, la "Legge Consolo" (dal nome dell'On. Giuseppe Consolo, proponente e primo firmatario), detta "le misure necessarie per prevenire, contrastare e reprimere le pratiche di mutilazione genitale femminile quali violazioni dei diritti fondamentali all'integrità della persona e alla salute delle donne e delle bambine".
Nonostante ciò 35.000 bambine sono state mutilate in Italia. 
Cosa si può fare? 
L'Inner Wheel Club di Lauria ritiene che sensibilizzare l’opinione pubblica sia importante.
Affinché il fenomeno esca dalla clandestinità e la legge venga applicata in Italia e introdotta nei paesi dove ancora non c’è, bisogna innanzitutto creare le condizioni culturali.
Ed è per questo che anche quest'anno l'Inner Wheel Club di Lauria, guidato dall'Avv. Antonella Squillacioti, insieme al Rotary Club di Lauria condotto dal Dr. Luigi Cerrato, tratterà questo tema così delicato con un incontro pubblico aperto a tutta la cittadinanza e alle associazioni del territorio il prossimo 7 marzo alla vigilia della Festa delle Donne.
Tra i relatori il Dr. Gennaro Nasti, chirurgo e socio del Rotary Club di Lauria e l'Avv. Antonella Blasi, socia dell'Inner Wheel Club di Lauria.

mercoledì 22 gennaio 2020

L'IHRA e il ricordo della Shoah


“In occasione del 75° anniversario della liberazione dei campi di concentramento e di sterminio nazisti tedeschi e di altri luoghi di persecuzione e di omicidio, noi, alti rappresentanti governativi dei Paesi membri dell’Alleanza internazionale per la commemorazione dell’Olocausto (IHRA), onoriamo le vittime e i sopravvissuti dell’Olocausto (Shoah) che ha travolto il popolo ebraico. Onoriamo anche le vittime e i sopravvissuti del genocidio dei Rom e altri perseguitati. Promettiamo di non dimenticare mai coloro che hanno resistito ai nazisti e coloro che hanno protetto o salvato i loro compagni perseguitati”. 
Con queste parole inizia la dichiarazione approvata pochi giorni fa a Bruxelles dai 35 paesi dell’IHRA –tra cui l’Italia– che conferma e arricchisce, a 20 anni dalla sua adozione, la Dichiarazione di Stoccolma.
L’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) unisce governi ed esperti per rafforzare, far progredire e promuovere l’educazione, la memoria e la ricerca sull’Olocausto in tutto il mondo nonché per sostenere gli impegni della dichiarazione di Stoccolma del 2000.
Secondo la definizione dell'IHRA, elaborata da giuristi ed esperti internazionali, “l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree, o non ebree, e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto.”.
I membri del Gruppo di Lavoro (Task Force) ci forniscono vari esempi contemporanei di antisemitismo: -avanzare accuse false, disumanizzanti, perverse o stereotipate sugli ebrei, in quanto tali, o sul potere degli ebrei come collettività, ad esempio, ma non esclusivamente, il mito di una cospirazione mondiale ebraica o degli ebrei che controllano i media, l’economia, il governo o altre istituzioni sociali; -accusare gli ebrei come popolo, o Israele come Stato, di aver inventato o esagerato le dimensioni dell’Olocausto; -negare al popolo ebreo il diritto all’autodeterminazione, ad esempio, sostenendo che l’esistenza di uno Stato di Israele è un atteggiamento razzista; -paragonare la politica odierna di Israele a quella dei nazisti...
In una prospettiva storica, filosofica e politica, prima ancora che giuridica, bisogna sempre ricordare che l'Olocausto (Shoah) ha rappresentato un tremendo attacco alla nostra civiltà fino alle sue più profonde radici etiche e morali. 
Il suo ricordo avrà sempre significato universale perciò è nostro compito di cittadini non dimenticare.
Tutti, anzi, abbiamo il dovere di preservare la terribile verità dell'Olocausto contro coloro che la negano. 

Tutti abbiamo il dovere di promuovere l'impegno morale dei nostri popoli e quello politico dei nostri governi per essere sicuri che le future generazioni possano capire le cause dell'Olocausto e comprendere le sue terribili conseguenze.

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