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11 gennaio 2021

Chi ha paura del nucleare?

 



Italo Grillo, Nicola Zaccara e Domenico Lamboglia discutono di energia nucleare e del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi.

Il 30 dicembre 2020, infatti, la Sogin, società pubblica di gestione del nucleare, ha ottenuto il nullaosta da parte del Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE) e del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) per la pubblicazione della Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI), che indica su tutto il territorio italiano 67 siti “potenzialmente” adeguati a ospitare il deposito dei rifiuti radioattivi nazionali.

Si segnala che dal 5 gennaio 2021, con la pubblicazione della Proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI), Progetto preliminare del Deposito Nazionale e Parco Tecnologico (DNPT) e dei documenti correlati, ha avuto inoltre avvio la consultazione pubblica, come previsto dal D.lgs. n°31/2010.

La consultazione pubblica ha una durata di 60 giorni ed è finalizzata a coinvolgere i soggetti portatori di interessi qualificati nel processo di localizzazione del Deposito Nazionale e Parco Tecnologico

Si segnala come questa sia la prima consultazione pubblica a svolgersi in Italia in merito ad un’infrastruttura di rilevanza nazionale che consentirà di mettere definitivamente in sicurezza i rifiuti radioattivi nazionali.

La fase di consultazione pubblica si svolge ai sensi della legge n°241/1990.

Come evidenzia anche il sito della Fondazione Ottimisti & Razionali in un recente articolo di Enrico Napoletano e Simone Spinelli, avvocati esperti di diritto ambientale, “è opportuno ricordare come tale deposito nazionale non riguarda le scorie più pericolose, quelle con radioattività più alta per le quali la soluzione sarà individuata in modo congiunto con altri Paesi europei. Il problema che il deposito vuole risolvere sono i rifiuti radioattivi a media e bassa attività, quelli che si producono quotidianamente, principalmente in ospedali ed industrie farmaceutiche. Sul territorio europeo esistono già 30 depositi di rifiuti nucleari, mentre in Italia questi, sino ad oggi, venivano dispersi in oltre 100 siti, senza le dovute precauzioni e tecniche di trattamento. Risulta quanto mai evidente, quindi, la necessità e l’urgenza di questo provvedimento, cui seguirà una lunga consultazione pubblica, in cui verranno sentite ed analizzate le istanze della cittadinanza e delle associazioni ambientaliste, con la possibilità di modificare la Carta da sottoporre, nel caso, al vaglio del Ministero per lo sviluppo economico, del Ministero dell’ambiente e dell’Ispettorato per il controllo nucleare.”.

09 gennaio 2021

Diritto ambientale e CNAPI

 



Come visto in precedenti articoli su queste stesse pagine digitali, il 30 dicembre 2020 la Sogin, società pubblica di gestione del nucleare, ha ottenuto il nullaosta da parte del Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE) e del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) per la pubblicazione della Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI), che indica su tutto il territorio italiano 67 siti “potenzialmente” adeguati a ospitare il deposito dei rifiuti radioattivi nazionali.

La CNAPI non compie la scelta definitiva della località in cui dovrà essere realizzato il deposito, ma, sostanzialmente, individua tutte le aree che soddisfano le condizioni tecniche per erigerlo e, pertanto, si limita ad effettuare una sorta di graduatoria tra le stesse. 

La Carta, quindi, rappresenta innanzitutto una mappa delle migliori 12 zone, localizzate principalmente in Piemonte e Lazio. Più precisamente: Provincia di Torino: Rondissone-Mazze-Caluso; Carmagnola. Provincia di Alessandria: Alessandria-Castelletto Monferrato-Quargnento; Fubine-Quargnento; Alessandria-Oviglio; Bosco Marengo-Frugarolo; Bosco Marengo-Novi Ligure. Provincia di Viterbo: Montalto di Castro (due localizzazioni), Canino-Montalto di Castro, Corchiano-Vignanello, Corchiano.

Peraltro, solo l’area fra Alessandria-Castelletto-Quargnento e l’area Bosco Marengo-Novi sono quelle ad avere conseguito votazione piena con lode. 

In Toscana, Puglia e ancora in Piemonte la Carta individua altri 12 siti ad alto interesse: tra cui Castelnuovo Bormida-Sezzadio (Alessandria), un’area a Siena (in val d’Orcia fra Pienza e Trequanda) e una a Grosseto (Campagnatico); un territorio in provincia di Bari (Gravina), due vaste aree tra Bari (Altamura) e Matera, una nella provincia di Matera e altre due zone ampie fra Matera e Taranto (Laterza).

Infine, in una terza fascia, sono raggruppate nella CNAPI tutte le altre aree idonee ma con minori probabilità di essere scelte tra cui, in Basilicata, Genzano di Lucania, Acerenza, Oppido Lucano e Irsina.




Come evidenzia anche il sito della Fondazione Ottimisti & Razionali in un recente articolo di Enrico Napoletano e Simone Spinelli, avvocati esperti di diritto ambientale, “è opportuno ricordare come tale deposito nazionale non riguarda le scorie più pericolose, quelle con radioattività più alta per le quali la soluzione sarà individuata in modo congiunto con altri Paesi europei. Il problema che il deposito vuole risolvere sono i rifiuti radioattivi a media e bassa attività, quelli che si producono quotidianamente, principalmente in ospedali ed industrie farmaceutiche. Sul territorio europeo esistono già 30 depositi di rifiuti nucleari, mentre in Italia questi, sino ad oggi, venivano dispersi in oltre 100 siti, senza le dovute precauzioni e tecniche di trattamento. Risulta quanto mai evidente, quindi, la necessità e l’urgenza di questo provvedimento, cui seguirà una lunga consultazione pubblica, in cui verranno sentite ed analizzate le istanze della cittadinanza e delle associazioni ambientaliste, con la possibilità di modificare la Carta da sottoporre, nel caso, al vaglio del Ministero per lo sviluppo economico, del Ministero dell’ambiente e dell’Ispettorato per il controllo nucleare.”.

I rifiuti, di qualsiasi natura essi siano, devono essere considerati un problema di cui farsi necessariamente carico come cittadini e come comunità ma possono essere anche una vera e propria opportunità economica per le comunità che sanno farsene carico.

Mi accodo alle conclusioni rassegnate dai giuristi sopra citati: “Il quadro generale è quello predisposto dall’Unione Europea, cui, però, deve far seguito una sempre maggior attenzione a livello nazionale nei confronti di tali tematiche, a maggior ragione, a seguito della pandemia, che ha messo in evidenza i limiti e soprattutto i ritardi del nostro sistema. Per questo motivo, decisioni, come la Carta, prese di concerto tra forza governative e istanze provenienti dalla cittadinanza appaiono quanto mai auspicabili nel più ampio quadro di riforma dell’attuale sistema.”.


12 dicembre 2020

L'Accordo di Parigi sul clima: dopo cinque anni quali prospettive

 



L’accordo di Parigi è il primo accordo universale sui cambiamenti climatici, promosso dalle Nazioni Unite, ed è stato adottato alla conferenza sul clima (COP21) il 12 dicembre 2015, esattamente cinque anni fa.

L’accordo di Parigi si propone di migliorare e sostituire il protocollo di Kyoto. È entrato in vigore il 4 novembre 2016 ed è stato ratificato da 188 Paesi.

L’obiettivo esplicito di questo trattato internazionale, legalmente vincolante, sul cambiamento climatico è quello limitare il riscaldamento globale ben al di sotto di 2, preferibilmente a 1,5 gradi Celsius, rispetto ai livelli preindustriali.

Giova precisare che, in aggiunta e al di fuori dei formali negoziati intergovernativi, anche i paesi, le città e le regioni, le imprese e i membri della società civile di tutto il mondo stanno impiegando strategie per accelerare l’azione cooperativa in materia di clima a sostegno dell’accordo di Parigi nell’ambito del piano globale d’azione per il clima. 

Il contributo dell’Unione Europea consiste nel ridurre le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, nel contesto del suo più ampio quadro per il 2030 in materia di clima ed energia. Tutte le principali normative dell’UE per l’attuazione di tale obiettivo sono state adottate entro la fine del 2018.

L’Unione Europea, infatti, è stata da subito protagonista negli sforzi internazionali per contrastare i cambiamenti climatici ed è stata decisiva per l’intermediazione dell’accordo di Parigi; ad oggi svolge ancora e sempre di più un ruolo guida a livello mondiale anche perché gli Stati Uniti sotto la presidenza Trump si sono ufficialmente svincolati dal trattato; il neo eletto Presidente Biden ha, peraltro, annunciato che il rientro negli accordi sul cambiamento climatico sarà uno dei suoi primi atti da Presidente.



In occasione di questo quinto anniversario, Stop Global Warming (l’Iniziativa dei Cittadini Europei promossa da Marco Cappato e nata da un’idea di 27 premi Nobel che ha l’obiettivo di contrastare i cambiamenti climatici chiedendo alla Commissione Europea di fissare un prezzo minimo alle emissioni di CO2 in Europa) ha organizzato, per oggi dalle 11 alle 13, un webinar internazionale dal titolo “Gli accordi di Parigi cinque anni dopo: la strada da seguire” cui parteciperanno: il Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, Mogens Lykketoft, Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2015 e degli Accordi di Parigi; Navi Pillay, giudice della Corte penale internazionale e Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani dal 2008 al 2014; Emma Bonino; Jannick Jadot, Parlamentare europeo e relatore del Carbon Border Adjustment; Eleonora Evi, Europarlamentare (Gruppo Verdi); Simona Bonafè, Europarlamentare (Gruppo S&D); Antonio Tajani, già presidente del Parlamento europeo.

“Cinque anni fa è stato firmato l’accordo di Parigi. Da quell’accordo storico abbiamo intrapreso un cammino coraggioso per affrontare con determinazione il problema del cambiamento climatico. Non è stato facile, ci sono state sensibilità diverse, scontri, ma durante questi 5 anni tutti si sono resi sempre più conto di vivere una emergenza storica”: questa un’anteprima dell’intervento di David Sassoli.

“L’UE, gli stati membri, le città i cittadini si sono messi in moto e si sono impegnati per fare in modo che il problema del cambiamento climatico e del degrado ambientale divenissero delle priorità nell’agenda politica europea e nazionale – continua Sassoli -. Ora siamo ad un punto di svolta. Abbiamo un obiettivo ambizioso, una meta da raggiungere a medio e lungo periodo: diventare il primo continente neutrale dal punto di vista climatico. Gli impegni prefissati non sono spariti con l’irrompere della pandemia, anzi questa ci ha offerto una opportunità nella drammaticità della situazione di ripensare al nostro modello sociale ed economico in una direzione più sostenibile, giusta e verde”.

Marco Cappato, promotore di Stop Global Warming e fondatore di Eumans, aggiunge: “Proprio oggi i Governi europei hanno raggiunto l’accordo sul taglio delle emissioni di CO2 del 55% entro il 2030. È un obiettivo meno ambizioso rispetto alla proposta del Parlamento europeo di un taglio del 60%, ma è comunque un impegno che richiede soluzioni urgenti. L’unica strada per non aggravare la crisi economica è quella di spostare le tasse dal lavoro alle emissioni, come proponiamo con Stop Global Warming”.

03 agosto 2020

il 5G: il pensiero magico finisce al TAR



Il 5G come tutte le novità tecnologiche, anzi come tutte le novità, sta scatenando dibattiti e prese di posizione in tutta Italia, spesso irrazionali e connotate da quel pensiero magico che tanti danni ha arrecato negli ultimi anni al discorso pubblico e alle decisioni della politica.
Si pensi solo che sono oltre 500 i Comuni italiani ad aver applicato (scorrettamente) il principio di precauzione, per bloccare gli adeguamenti degli impianti e, talvolta, anche la sperimentazione stessa di questa nuova tecnologia.
Come in ogni diatriba che si rispetti, accanto e in contrapposizione ai No 5G e alle loro tesi da incubo elettromagnetico, c’è chi chiede di procedere a passo più spedito. Lo reclamano in un appello indirizzato al Governo ben undici fra fondazioni, centri economici e istituti specializzati: il Centro Economia Digitale, Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni, la Fondazione Luigi Einaudi, la Fondazione Magna Carta, la Fondazione Guglielmo Marconi, la Fondazione Aristide Merloni, la Fondazione Adriano Olivetti, la Fondazione Ottimisti&Razionali, la Fondazione Prioritalia, l’Istituto Bruno Leoni e l’Istituto per la Competitività (cfr.: ne avevamo parlato qui https://avvocatisquillaciotigrillo.blogspot.com/2020/06/il-manifesto-per-il-5g.html).



Giova precisare che, in relazione al principio di precauzione, spesso frainteso e adottato come una clava da improvvisati ecologisti al fine di impedire qualsiasi attività umana che abbia un possibile impatto sulla salute umana e sull’ambiente (ossia tutte le attività umane…) in merito alla tecnologia 5G è intervenuto, sin dal 28 aprile scorso, il Centro Nazionale per la Protezione dalle Radiazioni e Fisica Computazionale dell’Istituto Superiore di Sanità a dipanare ogni dubbio (cfr.https://www.iss.it/primo-piano/-/asset_publisher/o4oGR9qmvUz9/content/id/5355363).
Testualmente: “L’evoluzione della telefonia mobile (la cui “quinta generazione”, o 5G, ne rappresenta lo sviluppo più recente) è stata caratterizzata da una copertura del territorio sempre più fitta, con sempre più numerose antenne che servono aree (“celle”, da cui il termine telefonia “cellulare”) di dimensioni sempre più ridotte, per limitare il numero di persone che intendono utilizzare il servizio contemporaneamente nella stessa cella. Per coprire tali celle di dimensioni più ridotte sono necessarie potenze sempre più basse, con una conseguente riduzione dei livelli ambientali di campo elettromagnetico cui possono essere esposte le persone. Inoltre, le dimensioni ridotte delle celle portano anche ad una maggiore vicinanza tra telefoni cellulari e antenne fisse, con la conseguente riduzione delle potenze emesse dai telefoni cellulari e quindi delle esposizioni degli utilizzatori.”.
E ancora: “Un’altra causa di preoccupazione per il pubblico è rappresentata dal fatto che è previsto anche l’utilizzo di frequenze (circa 27 GHz) molto diverse da quelle attualmente utilizzate per la telefonia mobile (800-2,6 GHz), e ciò ha portato a parlare di frequenze “inesplorate” dal punto di vista degli effetti sulla salute. In realtà sono stati già condotti alcuni studi sulle onde a qualche decina di GHz (più vicine alle frequenze di circa 27 GHz). Inoltre quelle usate dal 5G appartengono comunque all’intervallo delle radiofrequenze, i cui meccanismi di interazione con il corpo umano sono ben compresi, e i limiti di esposizione internazionali (e a maggior ragione i più cautelativi limiti italiani) consentono di prevenire totalmente gli effetti noti dei campi elettromagnetici anche a queste frequenze.”.
Tali rassicurazioni sull’uso di questa tecnologia sono state rilasciate anche sulla scorta dei dati forniti dalla Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti (ICNIRP) per la protezione dai campi elettromagnetici a radiofrequenza, un organismo scientifico indipendente riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Ma il populismo, la paura irrazionale e l’irresponsabilità scorrono profondi in questi tempi di nuovo medioevo.



E allora è chiaro che in questa Italia litigiosa si sarebbe finiti a combattere anche con le carte bollate. 
Così il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia, sezione staccata di Catania, ha emesso la prima ordinanza cautelare in materia.
Più specificamente un’ordinanza di sospensione dell'ordinanza sindacale contingibile e urgente n. 133 del 27 aprile 2020 del Comune di Messina avente ad oggetto: “Divieto di sperimentazione e/o installazione del 5g”. 
Il Comune di Messina è, tra l’altro, uno tra i più grandi tra quelli che hanno adottato provvedimenti per bloccare l’installazione di reti di quinta generazione. 
Perché è rilevante questa pronuncia? 
Innanzitutto poiché il TAR ha precisato che la valutazione sui rischi dei campi elettromagnetici, adombrata dalle ordinanze dei sindaci anti-5G, compete solo e soltanto all’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (Arpa)
Inoltre, applicando immediatamente il dettato dell’art. 38, comma 6, del d.l. 16 luglio 2020, n. 76, cd. Decreto Semplificazioni sulle ordinanze no-5G, il Tar catanese ribadisce che i Comuni possono intervenire per impedire l’installazione solo su specifici siti del proprio territorio ed esclusivamente sulla base di motivi localizzati. 
I Comuni, viceversa, non possono prescrivere un blocco totale.

La trattazione del merito all’udienza è fissata per il 3 dicembre prossimo.

20 gennaio 2020

Smart working: produttività ed impatto ecologico


Con la Legge 22 maggio 2017 n. 81 recante "Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato" è stato introdotto, tra le altre cose, anche in Italia il cd. Smart working, il Lavoro Agile.

Il Capo II della Legge è dedicato più specificamente al lavoro agile, o "smart working", inteso non come nuova tipologia contrattuale, ma come particolare modalità di svolgimento della prestazione lavorativa, basata sulla flessibilità di orari e di sede e caratterizzata, principalmente, da una maggiore utilizzazione degli strumenti informatici e telematici, nonché dall'assenza di una postazione fissa durante i periodi di lavoro svolti anche al di fuori dei locali aziendali).

In altri termini, per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, «lo Smart Working (o Lavoro Agile) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività».
Nel 2019, secondo i risultati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, il 58% delle grandi imprese ha già introdotto iniziative concrete. Tra i risultati più interessanti dell’ultimo anno emerge l’aumento della diffusione dello Smart Working nelle PMI italiane: i progetti strutturati sono passati dall’8% al 12% attuale, quelli informali dal 16% al 18%.
Tuttavia, c’è anche un’ombra: anche la percentuale di imprese disinteressate al tema è cresciuta, in modo preoccupante, passando dal 38% al 51%. Anche la PA nell’ultimo anno ha fatto grandi passi in avanti verso un modello di lavoro “smart”: oggi il 16% delle pubbliche amministrazioni ha progetti strutturati di lavoro agile (nel 2018 era l’8% e nel 2017 il 5%), l’1% ha attivato iniziative informali e un altro 8% prevede progetti dal prossimo anno.
Ormai in Italia gli smart workers sono circa 570.000 e i benefici non sono solo in termini di soddisfazione del lavoratore e di produttività della PA o dell'impresa ma anche in termini di impatto ecologico.
Numeri alla mano: "A fine anno, milletrecento euro in tasca in più, 2.400 chilometri percorsi in meno, sette giorni guadagnati e 270 chili di anidride carbonica non sbuffati nell’aria già malata, per un beneficio ambientale pari a 18 alberi piantati. È il valore aggiunto della vita di uno smart worker che possa lavorare per tre giorni al mese senza raggiungere l’ufficio, ma organizzando i tempi di vita e attività professionale con maggiore autonomia: da casa..." riporta Gabriele Stefani in interessante articolo de La Stampa uscito proprio in questi giorni.